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Dettagli

Evento 

Titolo:
Note d'inverno - Nativitas di Gaetano Panariello
Quando:
06.01.2009 18.30
Dove:
Chiesa di Donnaregina Nuova - Napoli
Categoria:
Calendario Eventi Note d'Inverno
Chi:
Orchestra da camera della Campania, Coro Mysterium Vocis, coro di voci bianche del Teatro Verdi di Salerno

Descrizione

Oratorio di Natale per voce recitante, soli, coro misto, voci bianche e orchestra
Daniela Del Monaco, contralto
Michele Arcangelo D'Abundo, tenore
Giuseppe Naviglio, baritono e voce recitante

Coro Mysterium Vocis, Rosario Totaro, maestro del coro

Coro di voci bianche del Teatro Verdi di Salerno, 
Silvana Noschese, maestro del coro

Orchestra da camera della Campania, 
Luigi Piovano, direttore

La grande tradizione musicale napoletana sei-settecentesca è costellata da un vasto repertorio ispirato al Natale; la pratica, che investì i più disparati ambiti spettacolari ‑ dalle chiese ai teatri ‑ e trovò naturale dimora nelle più diverse strutture ‑ da quelle squisitamente vocali (dal mottetto alla cantata) a quelle di una lussureggiante drammaturgia (dalle azioni sacre ad una melodrammaturgia religiosa sofisticata e complessa) ‑, si affermò e consolidò sull'onda di un fenomeno che, variamente, proliferò sul territorio europeo. Il mistero della natività ha ispirato forme di catechesi fascinose e intricate spesso foriere di messaggi subliminali destinati ad una platea attenta a cogliere i significati sottesi al "dilettevole" ed edificante prodotto.
L'oratorio di Natale di Gaetano Panariello non si discosta dall'assunto tramandatoci; il lavoro è costruito su materiali testuali e musicali ricchi di suggestioni ruotanti intorno al concetto della Maternità: la procreazione della Vergine è pretesto per celebrare la figura femminile nel suo ruolo di Madre. L'idea generatrice sembra riallacciarsi alla planetarea immagine rilkiana: «Aber im súdlichen Himmel, rein wie im Innern einer gesegneten Hand, das klar erglaenzende "M", das die Muetter bedeutet».
La costellazione della Madre è indagata su molteplici livelli poetici tesi a sottolineare l'universalità del mito millenario in una visione totalizzante; la donna-divina diviene simbolo sintetico di una femminilità vittoriosa, la Vergine è proiettata in un immaginario onnicomprensivo saturo di segnali mitici racchiusi sin dalla sua dicotomica vocalità contraltile (maschile-femminile).
Il suo materiale eclettico ‑ testamentale, poetico, quotidiano ‑ è foriero di un portato semantico altamente simbolico che trova il suo climax nella ardita e colta costruzione del «Te solo adoro, mente infinita». La pagina è realizzata sulle due quartine di quinari ‑ qui utilizzate in due distici di doppi quinari ‑ affidati al personaggio di Achior da Pietro Metastasio nell'azione sacra della Betulia liberata.
Il pretesto cesareo ‑ raffinata citazione di una sublime e vulgata devozionalità settecentesca ‑ dà vita ad una ardita invenzione lirica; la riscrittura dell'originale genera un eccentrico gioco retorico, i sostantivi ossitoni verità/eternità, sono adoperati nell'ossatura testuale in figurazioni anaforiche per poi essere sottoposti nella realizzazione musicale ad un processo ancor più complesso all'insegna della geminazione. L'arti ficio del bisticcio è alla base della seconda quartina reinventata sul nome del principe degli ammoniti Achior, l'autore destrutturando la parola, per anagramma e divisione sillabica, perviene ad un'architettura stravagante fondata non solo su varie e forti allitterazioni ma anche, a contatto e distanza, sulla metatesi; naturalmente il tutto serve a intessere la pagina di fonemi ‑ le occlusive velari /ch/ e dentali /t/, le vibranti dentali /r/ ‑ funzionali alla vocalità prescelta.

Gli stratificati livelli narrativi inizialmente circoscritti e fortemente connotati ‑ al latino delle sacre scritture del coro dei "grandi" è contrapposto l'italiano del coro dei "piccoli" mentre al lessico giornalistico del baritono corrisponde l'aulico latino dell'Angelo ‑, nel dipanarsi della pagina si contaminano sino a pervenire ad un unico codice linguistico: la metafora di tale procedimento è da ricercare nella visione di due racconti, quello in latino (il parto di Maria) e quello in italiano (il parto di una donna qualsiasi, che si sovrappongono in maniera tale da non permettere più di poter distinguere "quel parto" da un "parto qualsiasi".

Al suggestivo percorso linguistico dapprima multiforme e poi unificato attraverso vari procedimenti fa da contraltare quello stilistico musicale di tipo circolare e chiuso, difatti nel Prologo (in Sol magg.) ‑ che si apre con uno stralcio tratto dalla lettera alle donne di Giovanni Paolo II del 1995 ‑ il bagaglio ritmico e melodico su cui si costruisce l'intero oratorio è presentato nella sua interezza per poi ritornare ‑ dopo essere apparso nelle varie sezioni ‑ nel finale. La scrittura musicale, dopo la presentazione, segue l'itinerario tracciato dall'ordito testuale assecondando i diversi livelli; ad esempio la scrittura per il coro di voci bianche si serve di espedienti quanto mai vicini alla letteratura musicale per l'infanzia, la filastrocca «Arriva un bambinello» è un chiaro segnale di questo procedimento avvalorato ancor più dall'uso dell'onomatopea e da quello degli "strumentini". Soluzione già riscontrabile nella presentazione del coro infantile nel Prologo quando dopo l'enunciazione del coro misto ‑ «Coeli enarrant gloriam Dei» ‑ avviato su un disegno vocale vicino alla cantillazione su un tappeto di arpeggi affidati ai violini primi e secondi a imitazione con cembalo e flauti, si passa in "I cieli narrano la gloria di Dio" all'evanescente sonorità del carillon (tastiera elettrica) con campanelli, tamburello con sonagli, campanaccio presto imitati dai piccoli.

Maggiori arditezze contraddistinguono le altre parti che comunque non risultano mai generiche o inutilmente complesse in quanto è sempre possibile individuare nelle pagine del compositore un nitore compositivo sorprendente ed efficace. Rassicuranti atmosfere sonore, riconducibili ai più accreditati stili novecenteschi, si hanno ad esempio nella pagina a cappella «O magnum mysterium» intrisa di suggestioni che vanno ricercate in una tradizione che partita da Poulenc ha trovato in Párt il suo massimo splendore. Rilevante risulta la ninna-nanna «Voglio nutrirti», un andante in cui le indicazioni del compositore sottolineano appieno il carattere intimistico della pagina: giochi di eco tra le parti strumentali, segmenti vocali a bocca chiusa ("melodia interiore / lamento malinconico") che incorniciano la prima sestina ‑ frammento che ricompare vocalizzato alla fine del brano ‑, parlato, concorrono a delineare l'originale visione della donna-madre escogitato dal musicista.

Nativitas è un oratorio decisamente "cameristico" e "privato", si pensi alla compostezza della chiusa a cappella sull'Alleluja, in cui si affronta il mistero della maternità in un'abbagliante visione sorretta da dicotomiche pulsioni, gioia timore ansia preoccupazione speranza sono i "sogni di una qualsiasi madre" e forse della Madre celeste che è emblema sublime di una femminilità dolente e trionfante.

 Paologiovanni Maione

Sede

Dove:
Chiesa di Donnaregina Nuova
Via:
Vico Donnaregina, 19
Cap:
80138
Città:
Napoli
Provincia:
NA
Paese:
Paese: it

Descrizione

Cenni storici
Venne eretta al principio del XVII secolo, su progetto di Giovanni Guarino, per le suore della chiesa di Santa Maria Donnaregina che desideravano un edificio più grande e nello stesso tempo adeguato alle tendenze del secolo. Quando la costruzione fu portata a termine si provedette a realizzare il largo Donnaregina e a collegare, mediante una monumentale scala, la maestosa facciata del tempio alla piazza.
Nel 1727 venne collocato nella nuova chiesa il sepolcro della fondatrice del vecchio monastero Maria d'Ungheria. Nel XIX secolo il convento venne manomesso per la realizzazione di via Duomo, mentre la chiesa, ceduta al Comune di Napoli, fu tenuta chiusa per svariati anni.
Nel 1928 venne restaurata da Gino Chierici, che eliminò il passaggio che metteva in comunicazione la tribuna della chiesa nuova con l'abside della vecchia. Nel 2008 è divenuta la sede del Museo Diocesano di Napoli.

La facciata
La facciata, sollevata rispetto all'asse stradale, è preceduta da una scalinata in piperno e marmo. Ripartita in due ordini con lesene corinzie marmoree, presenta un timpano traforato di coronamento. Al primo ordine si apre un magnifico portale con colonne corinzie, al di sopra delle quali poggia un timpano arcuato spezzato con una piccola edicola al centro; ai lati del prospetto sono ricavate due nicchie dove sono collocate sculture che raffigurano Sant'Andrea e San Bartolomeo. Al secondo ordine, in corrispondenza delle nicchie laterali e del portale d'accesso, si aprono tre finestre inquadrate all'interno di semplici decorazioni marmoree.
L'interno 
L'interno, a navata unica senza transetto, è distibuito con sei cappelle (tre per lato) ornate con marmi barocchi. La volta fu decorata da Francesco de Benedectis nel 1654.
Nella prima cappella di destra ci sono decorazioni del XVIII secolo realizzate da Antonio Guastaferro; la seconda cappella presenta una decorazione barocca a stucchi nella quale è esposto un affresco del XV secolo, mentre la volta e le pareti sono decorate da Tommaso Fasano; la terza cappella presenta decorazioni marmoree di Gaetano Sacco su disegno di Giovan Domenico Vinaccia e affreschi dello stesso Fasano e del Solimena. Nella prima cappella di sinistra sono conservate tele di Charles Mellin; nella seconda cappella dipinti del Fasano; nella terza è esposto un affresco del XIV secolo di artista ignoto e dipinti del medesimo Fasano.
L'altare in Breccia di Sicilia del presbiterio è opera di Giovanni Ragozzino su disegno del Solimena; ai lati si trovano dipinti di Luca Giordano mentre la cupola fu affrescata da Agostino Beltrano.
La sacrestia
Una porta, posta alla fine della navata destra, immette in un ambiente, decorato con stucchi ed affreschi di Santolo Cirillo, che precede la sacrestia.
Nella sacrestia sono disposti dipinti di Massimo Stanzione e Charles Mellin e due nature morte del Seicento.

Sala del comunichino 
Nella Sala del Comunichino era esposta, prina dell'intervento del Chierici, il sepolcro della regina Maria d'Ungheria. La sala è decorata da affreschi di Santolo Cirillo; le pareti sono impreziosite da affreschi che riprendono marmi, specchi e porte. Una scala conduce al coro delle monache.

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