Oratorio di Natale per voce recitante, soli, coro misto, voci bianche e orchestra
Daniela Del Monaco, contralto
Michele Arcangelo D'Abundo, tenore
Giuseppe Naviglio, baritono e voce recitante
Coro Mysterium Vocis, Rosario Totaro, maestro del coro
Coro di voci bianche del Teatro Verdi di Salerno,
Silvana Noschese, maestro del coro
Orchestra da camera della Campania,
Luigi Piovano, direttore
Gli stratificati livelli narrativi inizialmente circoscritti e fortemente connotati ‑ al latino delle sacre scritture del coro dei "grandi" è contrapposto l'italiano del coro dei "piccoli" mentre al lessico giornalistico del baritono corrisponde l'aulico latino dell'Angelo ‑, nel dipanarsi della pagina si contaminano sino a pervenire ad un unico codice linguistico: la metafora di tale procedimento è da ricercare nella visione di due racconti, quello in latino (il parto di Maria) e quello in italiano (il parto di una donna qualsiasi, che si sovrappongono in maniera tale da non permettere più di poter distinguere "quel parto" da un "parto qualsiasi".
Al suggestivo percorso linguistico dapprima multiforme e poi unificato attraverso vari procedimenti fa da contraltare quello stilistico musicale di tipo circolare e chiuso, difatti nel Prologo (in Sol magg.) ‑ che si apre con uno stralcio tratto dalla lettera alle donne di Giovanni Paolo II del 1995 ‑ il bagaglio ritmico e melodico su cui si costruisce l'intero oratorio è presentato nella sua interezza per poi ritornare ‑ dopo essere apparso nelle varie sezioni ‑ nel finale. La scrittura musicale, dopo la presentazione, segue l'itinerario tracciato dall'ordito testuale assecondando i diversi livelli; ad esempio la scrittura per il coro di voci bianche si serve di espedienti quanto mai vicini alla letteratura musicale per l'infanzia, la filastrocca «Arriva un bambinello» è un chiaro segnale di questo procedimento avvalorato ancor più dall'uso dell'onomatopea e da quello degli "strumentini". Soluzione già riscontrabile nella presentazione del coro infantile nel Prologo quando dopo l'enunciazione del coro misto ‑ «Coeli enarrant gloriam Dei» ‑ avviato su un disegno vocale vicino alla cantillazione su un tappeto di arpeggi affidati ai violini primi e secondi a imitazione con cembalo e flauti, si passa in "I cieli narrano la gloria di Dio" all'evanescente sonorità del carillon (tastiera elettrica) con campanelli, tamburello con sonagli, campanaccio presto imitati dai piccoli.
Maggiori arditezze contraddistinguono le altre parti che comunque non risultano mai generiche o inutilmente complesse in quanto è sempre possibile individuare nelle pagine del compositore un nitore compositivo sorprendente ed efficace. Rassicuranti atmosfere sonore, riconducibili ai più accreditati stili novecenteschi, si hanno ad esempio nella pagina a cappella «O magnum mysterium» intrisa di suggestioni che vanno ricercate in una tradizione che partita da Poulenc ha trovato in Párt il suo massimo splendore. Rilevante risulta la ninna-nanna «Voglio nutrirti», un andante in cui le indicazioni del compositore sottolineano appieno il carattere intimistico della pagina: giochi di eco tra le parti strumentali, segmenti vocali a bocca chiusa ("melodia interiore / lamento malinconico") che incorniciano la prima sestina ‑ frammento che ricompare vocalizzato alla fine del brano ‑, parlato, concorrono a delineare l'originale visione della donna-madre escogitato dal musicista.
Nativitas è un oratorio decisamente "cameristico" e "privato", si pensi alla compostezza della chiusa a cappella sull'Alleluja, in cui si affronta il mistero della maternità in un'abbagliante visione sorretta da dicotomiche pulsioni, gioia timore ansia preoccupazione speranza sono i "sogni di una qualsiasi madre" e forse della Madre celeste che è emblema sublime di una femminilità dolente e trionfante.
Paologiovanni Maione
Cenni storici
Venne eretta al principio del XVII secolo, su progetto di Giovanni Guarino, per le suore della chiesa di Santa Maria Donnaregina che desideravano un edificio più grande e nello stesso tempo adeguato alle tendenze del secolo. Quando la costruzione fu portata a termine si provedette a realizzare il largo Donnaregina e a collegare, mediante una monumentale scala, la maestosa facciata del tempio alla piazza.
Nel 1727 venne collocato nella nuova chiesa il sepolcro della fondatrice del vecchio monastero Maria d'Ungheria. Nel XIX secolo il convento venne manomesso per la realizzazione di via Duomo, mentre la chiesa, ceduta al Comune di Napoli, fu tenuta chiusa per svariati anni.
Nel 1928 venne restaurata da Gino Chierici, che eliminò il passaggio che metteva in comunicazione la tribuna della chiesa nuova con l'abside della vecchia. Nel 2008 è divenuta la sede del Museo Diocesano di Napoli.

Sala del comunichino
Nella Sala del Comunichino era esposta, prina dell'intervento del Chierici, il sepolcro della regina Maria d'Ungheria. La sala è decorata da affreschi di Santolo Cirillo; le pareti sono impreziosite da affreschi che riprendono marmi, specchi e porte. Una scala conduce al coro delle monache.
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