Un programma ricco di colori di festa, tra Barocco e primo classicismo. Si parte con un gran signore del secolo d'oro della musica veneta, il raffinato «musico dilettante» Tomaso Albinoni, e una sua Sinfonia per archi che con un teatro sonoro di idee musicali accattivanti anticipa divertimenti e affetti rococò. Segue, sempre di Albinoni, un Concerto per oboe, vigoroso nei movimenti veloci e tenero e avvolgente nel bellissimo Adagio centrale. Il moravo Franz Xaver Richter (1709-1789) mescola felicemente solida costruttività germanica, sensibilità boema alle dinamiche e ai timbri e calore melodico italiano in quello stile «mannheimer» che è il felice incubatore del linguaggio sinfonico classico e che anima la sua Sinfonia da camera in si bemolle maggiore.
Poi Georg Philipp Telemann, grande comunicatore del tardo barocco europeo, assimila la lezione dei Veneti e la sublima nella luminosa vitalità del suo Concerto per tromba e archi.
Il programma si conclude con una delle prime e più singolari sinfonie di Franz Joseph Haydn, la numero 26 probabilmente composta nel 1765, detta Sinfonia di Natale, in tre soli movimenti. Il primo, Allegro con spirito, esordisce con un ossessivo sincopato di accordi in re minore (molto Sturm und Drang) che anticipa l'incipit del famosissimo Concerto per pianoforte K. 466 di Mozart. L'oboe introduce poi con i secondi violini un antico motivo liturgico, (da cui forse il titolo di Natale). Anche l'Adagio successivo è innervato da una melodia liturgica intonata sulle Lamentazioni di Geremia, (e da qui l'altro appellativo, Lamentatione, con cui pure è conosciuta questa sinfonia). Il Minuetto, in insolita posizione finale, conclude, come osserva Piero Santi, "con una nota inopinatamente rococò la sofisticata composizione".
T. Albinoni, sinfonia per archi n. 3 in sol maggiore
Allegro, Minuetto, Allegro
T. Albinoni, concerto per oboe e archi in re minore op. 9 n. 2
Allegro e non presto, Adagio, Allegro
F. X. Richter, sinfonia da camera in si bemolle maggiore
Allegro moderato, Andante, Fuga
G. F. Telemann, concerto in re maggiore per tromba e archi
Adagio, Allegro, Grave, Allegro
F. J. Haydn, sinfonia n. 26 in re maggiore ‘di Natale'
Allegro assai con spirito, Adagio, Minuetto
Umberto D'Angelo, oboe
Luigi Farina, tromba
Francesco Solombrino, primo violino concertante
Il complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore, in piazza San Gaetano nel cuore del centro storico della città di Napoli, costituisce il risultato di molteplici interventi architettonici incominciati fin dal V secolo a.C.
Durante la fase greca di frequentazione, infatti, l'area -definita dai moderni assi stradali di via Tribunali a nord, via dei Maiorani ad est, via S. Biagio dei Librai a sud e via S. Gregorio Armeno ad ovest- veniva ad inserirsi nella zona destinata all'agorà della nuova città, Neapolis. Non resta molto della sistemazione urbanistica della polis greca a parte l'andamento degli assi stradali e la suddivisione degli spazi pubblici e privati che la città romana ricalcò e che ancora è facilmente leggibile nell'impianto urbano moderno. I tracciati delle attuali strade che delimitano l'isolato del complesso di S. Lorenzo definivano anche l'area occupata in età romana dal macellum, sorto probabilmente sulle vestigia di un precedente mercato della polis greca. Tracce della sistemazione greca dell'area si riscontrano nelle strutture murarie di contenimento di un terrazzo impiantato su di una colmata di terra che doveva contribuire alla messa in piano dell'agorà, su di un territorio dominato dal pendio naturale.
La sistemazione greca a terrazzi, datata al V secolo a.C., fu riadattata in periodo romano per l'istallazione del foro.
Il macellum romano si inseriva proprio nell'ampia area, che raggiungeva in estensione lo spazio corrispettivo a due file di sei isolati ciascuna, organizzata su due terrazze al centro della città. Area che l'impianto urbanistico di tipo cosiddetto ippodameo destinava al foro e ai principali edifici pubblici (teatri e mercato) e religiosi (Tempio dei Dioscuri) della città.

La terrazza superiore, infatti, ebbe una funzione principalmente politica, mentre quella inferiore fu destinata all'attività commerciale. Probabilmente, questa duplicità di funzione rispecchiò un'analoga organizzazione dell'agorà greca. Il macellum occupava il settore sud-orientale dell'area pubblica, corrispondente alla parte nord dell'isolato meridionale posto più ad est. Esso era organizzato in una serie di botteghe allineate al di là di un portico marmoreo che delimitava un'area rettangolare scoperta, pavimentata con un mosaico bianco, al cui centro si trovava una tholos. L'impianto, molto simile al Macellum di Pompei, occupava nei suoi 35,90 m di larghezza lo spazio corrispondente ad un'intera insula e aveva l'accesso sul suo lato breve, dal decumano corrispondente all'attuale Via Tribunali.
La sistemazione del mercato romano assecondava il dislivello del terreno, impiantandosi al di sopra di un terrazzo regolarizzato su tre lati da possenti mura di tufo e sostruito da una serie di ambienti disposti a circa 7 m di profondità dall'attuale piano stradale.
Tali vani si aprivano su uno dei cardines che congiungevano da nord a sud i decumani. Ampia 3 m, la strada era costituita da un lastricato che si conserva nel suo impianto di V secolo d.C. ma che ricalcava un percorso più antico costruito in battuto di taglime di tufo da riferire alla polis greca di V-IV secolo a.C.
Nel corso I secolo d.C. alcuni vani disposti sul lato occidentale della strada furono adibiti a botteghe, mentre sul lato meridionale fu costruito un criptoportico. Le tabernae furono organizzate in due vani, uno più interno e uno più esterno che si apriva sulla strada, secondo un modulo costante. La presenza di una spessa grata di ferro alla finestra dell'ambiente posto al limite settentrionale della strada e di un robusto sistema di chiusura della porta hanno consentito di riconoscere l'Erario, l'edificio dove si custodiva il tesoro della città. Esso era composto da due stretti vani intercomunicanti, con la facciata esterna in laterizi.
La sistemazione del foro, datata tra gli ultimi anni del regno di Nerone e gli inizi del periodo flavio, si inquadra in un intenso periodo di ricostruzione che interessò tutta la città a seguito di eventi sismici. Si può dire, con la dovuta cautela, che il complesso monumentale del macellum fu costruito a seguito del disastroso terremoto del 62 d.C. che tanti danni provocò in tutta l'area vesuviana. L'impianto del foro romano riutilizzò in parte il sistema dei terrazzi d'età greca monumentalizzandolo con l'inserimento delle tabernae che, con il loro sistema di copertura a volte con orientamento alternato, rafforzava l'intero complesso contrastando le spinte del terrazzo soprastante.
Nel corso dei secoli successivi la strada fu sottoposta a rifacimenti e quasi tutti gli edifici subirono delle trasformazioni che determinarono cambiamenti nelle destinazioni d'uso. Alcune tabernae diventarono sede di produzioni artigianali come dimostra il rinvenimento di un piccolo forno e di strutture per tintoria.
Gli edifici del livello inferiore e la strada restarono in uso fino al V secolo d.C., quando una colata di fango prodotta da un'alluvione ricoprì gran parte dell'area.
La fase di abbandono fu relativamente breve poiché già nel VI secolo d.C., tra il 537 e il 557 d.C., al di sopra dello strato di fango venne edificata da Giovanni II, vescovo di Napoli, una basilica paleocristiana.
La costruzione riutilizzò molti elementi architettonici rimossi da edifici romani più antichi, elementi tornati utili anche nelle ricostruzioni successive. La basilica paleocristiana, con orientamento est-ovest, era suddivisa in tre navate separate da due file di otto colonne[6]. Il lato orientale terminava con un'abside affiancata da un ambiente per ciascun lato. Sul lato nord l'ambiente rettangolare (5 x 5,3 m) è stato interpretato come prothesis mentre il vano del lato opposto (8 x 4,5 m) aveva forse funzione di diaconicon. Entrambi gli ambienti avevano un pavimento a mosaico.
In epoca altomedievale sulla colmata della strada antica venne costruito il cosiddetto "Seggio", la sede amministrativa della città. Il nome deriva dall'edificio porticato dove si raccoglievano i nobili eletti ed i rappresentanti del popolo.
Il vescovo e il Capitolo di Aversa ottennero in proprietà la basilica concedendola nel 1234 ai Francescani i quali costruirono a sud il convento e nel 1284 distrussero l'edificio paleocristiano ormai in rovina, innalzandovi al di sopra la nuova chiesa. Le strutture dell'edificio riutilizzarono basi, colonne, capitelli relativi non soltanto alla costruzione paleocristiana ma anche agli edifici d'età romana che venivano intercettati al momento dello scavo per l'innesto delle nuove fondazioni. Di riutilizzo sono infatti le basi e i capitelli delle due colonne della Sala Capitolare costruita al di sopra del Seggio, ad est del chiostro. L'ambiente presenta una copertura formata da sei campate di volte a vela con nervature di tufo.
Elementi architettonici prelevati da edifici più antichi furono riutilizzati anche per la costruzione del portico della cosiddetta Area Sveva, costruita nel settore meridionale del complesso alla fine del XIII secolo.
Nuovi rifacimenti furono operati nella prima metà del XIV secolo e successivi interventi si resero necessari nei secoli XVII e XVIII a causa dell'instabilità strutturale dovuta a movimenti sismici. Infatti dopo il terremoto del 1732 fu rafforzata la facciata della chiesa medievale.
L'area posta esattamente al di sopra del macellum romano ospitò sempre il chiostro del convento che pure subì modifiche e rifacimenti nel corso dei secoli.
Tutta l'area ha un'enorme importanza storica non soltanto per quanto riguarda le fasi più antiche della città ma anche per i periodi più recenti: qui si ricordano la presenza di Boccaccio e Petrarca nonché le riunioni dei rappresentanti del popolo durante la rivoluzione del 1799 quando il campanile del convento fu utilizzato per custodire le armi della città.
Si può ben osservare come la destinazione d'uso dell'area subì sostanziali modifiche nel corso dei secoli. Nell'Ottocento, con la soppressione degli ordini religiosi e la cacciata dei Frati Francescani, la proprietà venne ripartita cambiandone la destinazione d'uso.
Attualmente il sito è occupato dalla moderna chiesa di S. Lorenzo con l'annesso convento, grande palinsesto storico formatosi a partire dal V secolo a.C.